Redazionali

INTERVISTA A DON GIOVANNI BRIZZI


Don Giovanni Brizzi, monaco benedettino olivetano dell'abbazia di Seregno è considerato il più grande esperto della vita e delle opere di fra' Giovanni da Verona all'interno dell'ordine olivetano.

Proponiamo un'intervista che gentilmente ha concesso alla nostra associazione.

 

D. Fra Giovanni da Verona può essere considerato uno dei grandi talenti del Rinascimento italiano; qual è il carattere peculiare della sua produzione artistica?

R – Fra Giovanni da Verona certamente può essere considerato un grande talento del Rinascimento italiano. Un autorevole riconoscimento ce lo offre proprio il Vasari, primo storico dell'arte che nelle sue "Vite" ha voluto dedicare a Fra Giovanni - unico tra i maestri di legname - una puntuale ed appassionata monografia, inserendolo pertanto tra i grandi maestri dell'arte italiana. Aspetti peculiari della produzione artistica del monaco veronese nelle tarsie sono la luminosità della impaginazione figurativa; poi la prospettiva a canocchiale che accentua la profondità visiva; i molti soggetti rappresentati che fuoriescono, fortemente aggettanti tra gli sportelli dei finti armadi che restituiscono con acribìa descrittiva i singoli elementi nel contempo assunti a simbolo assoluto; gli animali, soprattutto gli uccelli che al di là dell'arco di inquadramento campeggiano sulla superficie, oppure che introducono vedute reali o ideali di città, a volte duettando in un concerto canoro (gli animali sono un soggetto poco eseguito dagli intarsiatori a parte il famoso scoiattolo dello Studiolo del Palazzo ducale di Urbino e qualche raro esempio). Nell’intaglio sono di particolare rilievo l’eleganza e la leggerezza delle candelabre e delle grottesche che decorano le paraste divisorie degli intarsi; negli ultimi anni l’ispirato e ricercato virtuosismo profuso nella spalliera della sacrestia di Santa Maria in Organo, dove si ammirano le armi che rimandano all’amata classicità e gli emblemi della passione di Cristo e soggetti eucaristici che richiamano momenti salienti della liturgia.

 

D. Fra Giovanni da Verona era un monaco benedettino olivetano: in che modo questa sua vocazione ha influito sulla sua opera?

R– La vocazione di Fra Giovanni ad esercitarsi nell’arte della tarsìa forse nata inizialmente nell’ambito della famiglia di provenienza di certo prese corpo all’interno della Congregazione olivetana quando iniziò il suo apprendistato artistico al seguito del confratello Fra Sebastiano da Rovigno, grande maestro di legname. C’è inoltre da sottolineare come nella Congregazione olivetana i monaci erano sollecitati ad esercitare la propria vocazione artistica, richiamati dal motto “Ora et Labora”. Nella Regola di San Benedetto, infatti, nei capitoli 48 e 57 si prescrive che “i fratelli devono occuparsi nel lavoro manuale, nello studio delle cose diverse ... sono veri monaci quando vivono col lavoro delle loro mani; se nel monastero vi sono fratelli esperti in qualche arte la devono esercitare pure, ma con tutta umiltà”. Inoltre nel primo corpo delle Costituzioni della Congregazione olivetana si afferma che il monaco, oltre al canto e alla preghiera, deve dedicarsi ad attività manuali e artistiche: esercitarsi di continuo in cucina, preparando il refettorio, scrivendo, miniando, ricamando e applicandosi in altre simili opere.

 

D. Fra Giovanni era un talento ecclettico: quali sono stati gli ambiti in cui dispiegò questo suo talento?

R– Si tramanda e si afferma ma senza precisi riferimenti storico-critici, che Fra Giovanni abbia espresso il suo talento in altri ambiti. Come architetto è a lui riferito il disegno del campanile della chiesa di Santa Maria in Organo che appare anche nelle tarsìe del coro della chiesa e che si trova in una delle sette tarsìe che compongono un grande armadio – ma incerta è la sua antichità – entrato nel 1963 nel Metropolitan Museum di New York. Inoltre a lui si dovrebbe la grandiosa ed elegante biblioteca, a tre navate scandite da colonne toscaniche che impreziosisce l’abbazia di Monte Oliveto Maggiore. Come scultore è a lui attribuito il gruppo marmoreo con la Madonna e il bambino in grembo che si trova nel locale del “de profundis” sempre a Monte Oliveto Maggiore. Come disegnatore, anche se si può ipotizzare che i disegni per gli stalli corali destinati ai superiori siano stati eseguiti dal Mantegna, da Francesco di Giorgio Martini, dal Pinturicchio o da qualcuno della cerchia di detti maestri, si può affermare, che per l’esecuzione delle altre tarsìe e degli intagli, i disegni siano stati ideati e preparati dallo stesso Fra Giovanni che dimostra di avere una grande capacità nel raffigurare suppellettili e vasi liturgici, libri, fiori e frutti ed animali. Si ipotizza che sia stato anche miniatore, ma non è facile trovare sufficienti riscontri documentari.

 

D. La Chiesa di Santa Maria in Organo a Verona rappresenta per Fra Giovanni il punto di partenza e il punto d'arrivo della sua vita umana e artistica: quale ruolo giocò nella sua produzione artistica?

R–
Nella chiesa di Santa Maria in Organo, eseguendo il coro, il leggio e il cero pasquale, fra Giovanni manifesta subito un suo proprio linguaggio formale. Abbandona le essenziali e quasi gelide superfici prospettiche dei grandi lendinaresi, Lorenzo e Cristoforo, per rendere, invece, le tarsìe più vive anche a motivo dell’uso di tessere lignee più chiare. Negli stalli le vedute di città ideali o reali, come Verona, diventano animate; gli armadi dagli sportelli aperti mostrano più nature morte, delineate con una perfetta grafia descrittiva. Soprattutto, accentua il valore decorativo degli intagli. In primo piano uno snello architrave a candelabra, seguito da lesène con l’arco intagliato che incorniciano i soggetti raffigurati rende le superfici prospettiche ancora più profonde e scandisce maggiormente i singoli postergali in rapporto alla successione seriale, sottolineandone la propria bellezza. Tornando, negli ultimi anni della vita a Santa Maria in Organo, per eseguire la splendida spalliera della sacrestia, fra Giovanni mostra di aver notevolmente perfezionato il proprio linguaggio figurativo a motivo delle esperienze fatte nella esecuzione dei suoi precedenti capolavori a Monte Oliveto Maggiore, a Napoli, a Roma e a Siena. Le colonnine binate, le lesène e gli archi che scandiscono le dieci straordinarie tarsìe sono un tripudio fantasmagorico di animali, simboli religiosi e profani, ecc. eseguiti con un virtuosismo avvincente. Le tarsìe con le vedute prospettiche, dove l’artista si sofferma anche con lenticolare perspicacia a tradurre piccoli particolari, diventano nella impaginazione luminose e solari soprattutto nel tramandare vedute della città di Verona, sua patria natìa e culla della sua vita monastica. Per esempio, nel primo piano di un armadio, tra le ante semiaperte appare pensoso e splendido un gufo, uno dei tanti soggetti faunistici da lui amati e rappresentati; in un’altra tarsìa un maestoso gallo dalla variata livrea, con una zampa leggermente sollevata e con le ultime penne della coda nascoste dall’arco di inquadramento avanza per annunciare il sopraggiungere dell’alba e l’inizio del canto salmodico a gloria del Signore.

 

D. La tarsia di cui Fra Giovanni era un virtuoso era considerata un'arte minore, quale ruolo giocò nel periodo Rinascimentale?

R– Le “arti minori” sono state adeguatamente rivalutate, e costituiscono uno dei fatti più notevoli che possa registrare la storiografia artistica in questi ultimi decenni. Infatti sotto questo termine, vago ed impreciso, restano adombrate espressioni figurative di tale alto significato da non potersi spesso realmente distinguere dalle privilegiate “arti maggiori” se non per estrinseche ed occasionali peculiarità che nulla hanno a che vedere con l’essenza qualitativa delle varie arti. Infatti l’opposizione tra arti superiori e arti decorative – motivo di tante dispute dal Rinascimento in poi – fu più teorica che pratica, perché quasi tutti i massimi artisti dettero disegni per opere ornamentali. In concreto, la preconcetta distinzione fra le diverse manifestazioni artistiche cade da sé per le abitudini dei grandi artisti dei secoli più gloriosi della nostra arte, quando il celebrato scultore si peritava di cesellare il calice prezioso o fondere il piccolo bronzo, e il pittore di affreschi e di splendide tele amava attardarsi sulla delicata pagina di pergamena. Come afferma giustamente Andrè Chastel, il successo della tarsìa è un dei fatti più significativi del gusto e la testimonianza di una convinzione artistica nuova durante il Rinascimento. L’espansione dell’intarsio non è solo un episodio della storia dell’arredamento: la nuova tevnica si pone all’incrocio di tutte le arti. Siccome il lavoro in legno ha bisogno di cornici e di montature, così l’intarsio interessa tornitori, falegnami e scultori; con i motivi astratti che gli si addicono sconvolge le vecchie formule dell’ornato, e nei motivi figurativi, natura morta, figure o altro, l’intarsio sembra aver preceduto la pittura; per di più, con l’uso sistematico di forme geometriche e di scorci prospettici, esso è strettamente legato al tema della veduta architettonica e prospettica. È dunque lecito riconoscervi uno dei fenomeni centrali dell’intero periodo del Rinascimento.

 

D. Fra Giovanni dialogò con i maggiori esponenti del rinascimento italiano, come rielaborò in modo personale tutti questi contatti?

R–
A Verona, il giovane intarsiatore potè sperimentare il magistero del Mantegna che insieme ad altri grandi artisti lavorava nell’ornamento della chiesa di Santa Maria in Organo. Dal Mantegna apprese senza dubbio l’amore per la precisione prospettica, la ricerca descrittiva e puntuale di ogni particolare, il gusto per l’archeologia e colse i nuovi fermenti del Rinascimento fiorentino che erano giunti nell’area padana tramite Donatello. A Monte Oliveto Maggiore e a Siena, a contatto con Francesco di Giorgio Martini e con i grandi miniatori veronesi che lavoravano negli stessi ambiti incomincia a tramandare edifici a pianta centrale e a rendere le tarsìe sempre più spaziate e vivaci ricorrendo a materie lignee più chiare, e in parte colorate artificialmente, imitando il cromatismo dei miniatori. Il Pinturicchio lo ispirò ad eseguire i due postergali con i santi Benedetto e Bernardo Tolomei, ora presenti nel coro di Monte Oliveto Maggiore, sia per la stesura del trono e del baldacchino sia per la bellezza dei volti, tipica dell’arte dell’Italia centrale. A Napoli davanti alla splendida cappella Piccolomini di stile fiorentino con i prestigiosi interventi dei Rossellino e Benedetto da Maiano, potè ammirare il fluido e consistente linguaggio dei bassorilievi marmorei acquisendo una maggiore capacità nella esecuzione degli intagli.
A Roma, lavorando nella Stanza della Segnatura in Vaticano, mentre Raffaello ne eseguiva gli affreschi contemplava la bellezza e maestosità del linguaggio dell’urbinate. In città potè appassionarsi per l’antichità classica e vedere i numerosi reperti archeologici tra cui il Colosseo, che ebbe la gioia di tradurre più volte nelle proprie tarsìe. Infine vide direttamente il fantastico repertorio delle grottesche che divennero un soggetto decorativo in cui sbizzarrì tutta la sua inventiva.

D. Come Fra Giovanni interpretò e tradusse nelle sue opere l'ora et labora proprio della Regola di san Benedetto?

R–
In ogni manufatto ligneo il monaco artista raffigurò i momenti più salienti del suo vivere quotidiano. Lo svegliatore monastico annuncia e chiama alla salmodia e al canto delle Lodi. La clessidra rimanda alla meditazione sulla caducità della vita e nello stesso tempo scandisce i ritmi della giornata dedicati alla preghiera o al lavoro. Le suppellettili, i vasi liturgici e, soprattutto, l’ostensorio con l’ostia esposta richiamano i momenti dedicati alla liturgia. Gli strumenti scientifici, insieme agli strumenti musicali e a quelli artigianali, lo chiamano ad approfondire la sua creatività per esprimere l’amato lavoro, trasmettere il suo magistero ai suoi confratelli collaboratori e a tramandare a quanti ne vorranno usufruire la bellezza delle sue interpretazioni figurative. I libri liturgici e quelli religiosi e profani gli ricordano l’amore alla preghiera comunitaria, alla Lectio Divina e all’approfondimento del proprio sapere. I fiori e gli animali gli ricordano l’amore per la bellezza del Creato. Le vedute della natìa Verona, di Siena con la Piazza del Campo e del Colosseo a Roma, diventano memoria evocativa dei luoghi dove con la sua presenza ha lasciato fruibili capolavori. La raffigurazione, nel leggio veronese, delle antifone mariane “Alma redemptoris Mater” e “Regina Coeli” cantate da fra Giovanni e dai monaci al termine del canto di Compieta, concludono la giornata cadenzata dalla preghiera e dal lavoro.

 

D. Cosa può dire al mondo contemporaneo l'opera di questo monaco così poco conosciuto?

R–
Approfondire e realizzare le proprie attitudini e i talenti che ognuno ha ricevuto dal Signore e che pur sembrando di poco valore, offrono anche in un mondo sommerso dal frastuono dei rumori e delle immagini, la maniera per poter esprimere la propria individualità ritenendosi comunque, un nulla di fronte alla grandezza dell’universo e alla paternità di Dio, ma capaci, con umiltà, in semplicità di cuore, in fermezza e passione di raggiungere le aspirazioni individuali. Inoltre, anche se frettolosi e distratti, ad amare l’arte in ogni sua particolare manifestazione, sempre capace di aprire la mente e il cuore alla bellezza e all’incanto della fantasia.